La storia di Santina

 Santina abitava in una zona molto povera del paese e il padre faceva da sempre il muratore. Aveva tre fratelli e due sorelle e lei era la più piccola, nata inattesa, indesiderata come già la madre le aveva fatto capire da qualche tempo. Vivevano in una condizione di degrado poiché non erano sufficienti i soldi per sfamare e vestire l’intera banda. Non era stata mandata a scuola, ma egualmente aveva imparato a leggere e a scrivere da sola, guardando il fratello maggiore che, unico, aveva avuto il beneficio di frequentare le elementari. Si chiamava Giuseppe ed era il solo che le volesse un po’ di bene, tutti gli altri la consideravano un peso, un ingombro, un’inutile presenza. Povera Santina! Mai una parola gentile, mai un gesto d’affetto, viveva ignorata da tutti e si era creata un mondo tutto suo, segreto, un mondo di sogni e di fantasie inconfessate e strane, quasi morbose.
A sei anni, aveva saputo che la madre era scappata da casa con il suo nuovo amore. Era rimasta sola con il padre e tre fratelli, poiché le due sorelle più grandi avevano fatto la <fuitina>.
Quando aveva compiuto sedici anni, già dimostrava tutta la sua bellezza. Santina era una ragazza florida, di carnagione chiara, con la fronte alta, le sopracciglia arcuate, gli occhi grandissimi e color camomilla, possedeva una grande abbondanza di capelli scuri e quasi sempre aveva le spalle coperte da molti riccioli ribelli. Non aveva mai mangiato molto, tuttavia splendeva di salute.
Tonino la guardava sempre, abitava nel caseggiato di fronte e spesso le aveva chiesto di diventare la sua ragazza, ma lei sognava ben altro che un povero operaio come lui.
Fu così che un giorno il ragazzo, avendo ricevuto l’ennesimo rifiuto, la violentò. Era andato a trovarla mentre era sola in casa:
-Un momento!- aveva gridato Santina, quando lui aveva suonato. C’era molto caldo ed era semi svestita, si era ricoperta in fretta e aveva aperto. Lui si era avvicinato e di nuovo l’aveva pregata di volerlo accettare. Gli aveva rivolto l’ennesimo deciso rifiuto, ma poi aveva dovuto indietreggiare poco a poco verso il muro.
Dalla scollatura del vestito, s’intravedevano i seni, le gambe aderivano alla stoffa sottile. Aveva intuito il pericolo e aveva urlato: -Vattene! -
Tonino invece, l’aveva scaraventata a terra e, tenendole la mano sulla bocca, le era stato addosso con tutto il suo peso e con tutta la sua bramosia.
Dopo era rimasta inerte, lunga per terra, sconcertata e furibonda, con i vestiti arruffati e senza più forze. Aveva saputo, da quel momento, cosa volesse dire essere posseduta da un uomo e ne aveva conosciuta tutta la brutalità. Lui era scappato, vergognato di ciò che aveva fatto.
Di tutto ciò nella sua famiglia non si seppe mai nulla e la vita continuò a scorrere monotona, triste e grigia.
Quando Santina compì diciotto anni, un malore di suo padre rivoluzionò la sua esistenza. Infatti, un giorno tornò all’improvviso dal lavoro trasportato da alcuni uomini. Il medico affermò che doveva stare in riposo perché aveva il cuore molto mal ridotto. Invece lui riprese subito a lavorare, così qualche giorno dopo lo riportarono in fin di vita. Non ci fu niente da fare, morì e il suo cadavere fu posto nel soggiorno dentro una cassa funebre.
Proprio sfortunata! Santina, in fondo, voleva bene a quel padre sempre assente, ma che si era massacrato per la famiglia.
Venne Don Mario a dargli l’estrema unzione e rimase tutta la notte solo con lei a vegliare la salma. Era un sacerdote giovane, alle prime armi, magro, con una lanugine scura che gli copriva le guance. Lo conosceva ormai da due anni ed era l’unico uomo che le fosse mai piaciuto. Aveva denti forti e bianchi che davano al suo sorriso una bellezza virile. La prima volta che lo aveva visto, ne era rimasta affascinata e ora appena lo rivedeva, provava un tuffo al cuore.
I fratelli quella sera, si erano dovuti assentare per lavoro e sarebbero ritornati l’indomani per il funerale.
Santina e il sacerdote tacevano, pregando mentalmente e guardandosi ogni tanto di sottecchi. Avevano l’aria stanca e affranta di chi è costretto a stare a lungo dinanzi ad un morto.
Don Mario disse, passandosi una mano sulla fronte: -E’ la volontà di Dio! Bisogna rassegnarsi! -
Santina chinò la testa. I vetri delle finestre erano aperti, ma le persiane invece restavano chiuse. L’unica luce era prodotta da una piccola lampada.
Sul candore del letto, il padre pareva che dormisse.
Fuori tutto era silenzio.
Nella stanza, si udì lo scricchiolio di un mobile, un rumore lugubre, sordo. Santina, impressionata, si alzò di scatto.
-Non avere paura, è il caldo che fa gonfiare il legno, - disse lui, prendendole la mano. -Vieni, siediti qui, accanto a me, sulla cassapanca. -
La ragazza lo ascoltò, ma ben presto si avvide che dovevano stare troppo vicini poiché la cassapanca era stretta. I gomiti si toccavano, il turbamento era profondo, quel contatto le cominciava a destare un vago senso d’inquietudine. Pensava che dovesse alzarsi e invece restava seduta e non sapeva il perché.
Entrambi erano oppressi dallo stesso pensiero che li aveva colti d’improvviso. L’attrazione era troppo forte anche per il giovane sacerdote. Egli aveva fatto voto di castità, ma quella promessa gli era sempre pesata più di un macigno. Tra l’altro Santina era tra le più belle ragazze del paese e Don Mario l’aveva sempre guardata con ammirazione. Ma c’era la castità da rispettare e questo pensiero si faceva ogni giorno più acuto, più insistente, più incalzante, più angustioso. Da quando conosceva la ragazza, la sofferenza per quel voto aumentava, la monotonia della vita sacerdotale si faceva insopportabile.
Nella stanza, tra le stecche delle vecchie persiane, entrava il vento e faceva sollevare la tenda.
Santina ripiegata su se stessa, aveva reclinato il capo ed era stata colta dal sonno. Poi d’improvviso, la sua testa si era adagiata involontariamente sulla spalla del prete.
-Sei stanca?- aveva chiesto Don Mario.
-No, no- aveva detto la ragazza raddrizzandosi. Ma nel silenzio, di nuovo il sonno l’aveva afferrata e nuovamente il capo era finito sull’omero dell’uomo. I capelli le ricadevano sul collo, dalla bocca il respiro usciva regolare, facendo innalzare i seni. Com’era bella! La forma delle gambe era ben visibile sotto la gonna leggera.
Egli rimase immobile, frenava il respiro per paura di svegliarla e un’angoscia enorme lo opprimeva. Udiva tempestoso il battito del cuore e delle tempie.
-Il sonno è più forte di me,- esclamò Santina destandosi con un sobbalzo.
-Già- aveva affermato lui.
Non dissero altro, continuavano a sedere accanto con i gomiti che si sfioravano. Cercavano entrambi di non pensare e intanto una sorta di ebbrezza, di desiderio, li travolgevano loro malgrado. Rimanevano zitti, non si muovevano, stavano là con gli occhi fissi e dilatati. Improvvisamente spirò un altro soffio di vento. Allora con avidità, nello stesso momento, l’uno fu nelle braccia dell’altra, si strinsero freneticamente, avidi si cercarono con la bocca, a occhi chiusi si soffocarono di carezze e rotolarono sul pavimento.
Don Mario conobbe quaggiù il cielo e l’inferno. Santina, per la prima volta, assaporava la voluttà di un amplesso voluto, desiderato e cercato.
Quando le prime luci dell’alba li sorpresero, in fretta si rivestirono e continuando a tacere, lui scappò via. Pareva inseguito dai fantasmi, allucinato, inebetito.

Non lo rivide più neppure al funerale, cominciò a pensare e a convincersi di avere sognato tutto. E se la volta precedente la vita era ricominciata grigia e triste, questa volta lo sconforto la assaliva ogni giorno di più. Dipendeva in tutto e per tutto dai suoi fratelli, dalla loro carità e dalla loro volontà. Essi spesso la esortavano a cercarsi un marito, ma questa era l’unica cosa che Santina non volesse fare. Poi un giorno, su una rivista di fotoromanzi che una vicina le prestava, lesse di un concorso a premi che permetteva di vincere un viaggio in America. Non ci pensò due volte e la inviò. Dopo alcuni mesi, ebbe la sorpresa inaspettata di sapere che aveva vinto quel concorso. Le avevano scritto per comunicarglielo. Aveva vinto! Che bella sorpresa! Poteva partire, l’idea era ben chiara nella sua mente: sarebbe partita e non sarebbe mai più tornata. Aveva sempre sognato di andare in America, ora l’avrebbe fatto. Avrebbe lasciato un biglietto per spiegare la sua decisione ai fratelli, avrebbe raccolto i suoi miseri averi e qualche soldo risparmiato e sarebbe andata via per sempre. Avrebbe trasformato quella sorpresa nell’occasione della sua vita!